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NON DIMENTICHIAMO CUBA! Intervista a Carlos Carraleros Presidente dell’Unione per le Libertà a Cuba di Manlio Mele Dopo l’ondata repressiva di alcuni mesi fa, quando il regime liberticida di Fidel Castro arrestò e processò numerosi esponenti dell’opposizione democratica, un velo di silenzio è sceso nuovamente sull’isola di Cuba. Mentre i media hanno spostato la loro attenzione su altre aree del globo, a Cuba si continua ad essere arrestati per “gravi reati”, ad esempio possedere un’antenna parabolica, o spostarsi liberamente da un luogo all’altro senza permessi. Intanto, con un’economia al disastro e stipendi da fame, il popolo cubano è costretto ad arrabattarsi in mille modi illegali per sopravvivere. Chi ne ha avuto la possibilità è fuggito da questa situazione intollerabile, cercando rifugio soprattutto negli Stati Uniti, dove, a Miami, si trova la più numerosa comunità di esuli cubani del mondo. Anche a Milano, però, un piccolo ma agguerrito gruppo di cubani anticastristi, guidati da Carlos Carralero, ha fondato un’associazione che si batte per denunciare la situazione sull’isola e far conoscere la verità, spesso ignorata nel nostro Paese. Carlos Carralero, Lei è il presidente dell’Associazione per le Libertà a Cuba. Ci parli dell’associazione, delle sue finalità e iniziative.
«La nostra
associazione ha vari scopi, che si adeguano alla situazione in cui
viviamo: l’esilio in Italia, un paese in cui l’informazione è spesso
inesatta e fuorviante riguardo alla realtà di Cuba. Alcuni
approfittano della loro notorietà per confondere l’opinione pubblica
ripetendo discorsi propagandistici sul castrismo e dando informazioni
false, anche se in consonanza con certi sentimenti assai diffusi come
l’antiamericanismo.
Pertanto la nostra
priorità è appoggiare la lotta contro il castrismo in favore
dell’affermazione della democrazia a Cuba. Traendo anche spunto dalle
iniziative prese dai dissidenti all’interno e fuori di Cuba,
denunciamo le violazioni dei diritti umani da parte del regime
castrista ed informiamo sui progressi di certi settori
dell’opposizione interna.
Alcune iniziative
sono state rivolte anche ai turisti in partenza per Cuba: abbiamo
distribuito libri negli aeroporti di Malpensa e Fiumicino.
Tentiamo anche di
coinvolgere i cubani che vivono in Italia, che sono restii ad
esprimersi contro il regime per timore di non poter più tornare in
patria e rivedere i parenti. Sappiamo che ciò implica un sacrificio,
ma è necessario per riportare nel paese la democrazia e porre fine al
lungo calvario.
Cerchiamo l’appoggio
di organizzazioni, partiti, giornali e persone sensibili al rispetto
dei Diritti Umani. I nostri principali interlocutori sono stati i
Radicali Milanesi, i Giovani di Alleanza Nazionale, i quotidiani
l’“Opinione delle Libertà” e “Libero”, Pepeonline, sul quale scrivo, e
il canale regionale televisivo Telereporter». Tra le ultime iniziative promosse dall’Associazione figura la traduzione e la diffusione in Italia di un documentario che propone un volto poco conosciuto di Ernesto Guevara, molto lontano dai profili agiografici cui siamo abituati. Pensate di poter modificare veramente il “mito” del Che nell’immaginario di tanti italiani?
«Trasformarlo
completamente, no. Perché in politica, come nella maggior parte delle
cose di questo mondo, esistono delle persone che per formazione
ideologica o culturale (in Italia è molto radicata la cosiddetta
cultura di Sinistra), per puro dogma nei confronti di certe dottrine,
o semplicemente per ignoranza, non cambiano il loro punto di vista.
Sono convinto che questo è il caso di un numero non indifferente di
cittadini italiani. Tuttavia cerchiamo ugualmente di trasmettere un
messaggio completamente diverso informando sulla reale situazione a
Cuba e sull’operato criminale di Che Guevara e dei fratelli Castro.
Sul nostro sito e su vari altri di esuli cubani si possono vedere
immagini di Che Guevara che ordina la fucilazione di un suo compagno
di battaglia alla Sierra Maestra, ad esempio. Abbiamo parlato dei
crimini commessi dal despota d’origine argentina nel carcere La Cabaña
nei primi mesi della Rivoluzione. Cerchiamo in questo modo di
ricordare agli italiani l’orrore dei Tribunali Rivoluzionari a Cuba,
fratelli storici dei Tribunali Popolari istituiti in Italia dopo la
Seconda Guerra Mondiale (ne parla Paolo Pansa nel suo libro Il
sangue dei Vinti).
In Europa si sa
tutto sul nazismo; ma non si vuole sapere tutta la verità sul
comunismo. Ugualmente si conosce bene Jean Paul Sartre, ma poco il suo
coetaneo e conterraneo Aron, perché era meno parziale e più liberista.
Poul Hollander, sociologo americano d’origine ungherese, tratta questa
vicenda nel libro I Pellegrini Politici».
Lei vive in Italia
da alcuni anni. Quale realtà ha abbandonato?
«Ho lasciato a Cuba
una realtà sconcertante. Un paese in rovina sotto tutti i punti di
vista. Non si può affermare che esista un’economia centralizzata come
ai tempi nell’Unione Sovietica: ormai non esiste più economia. È
semplicemente un’economia di sussistenza, dove si mangia quel poco che
arriva ai negozi appositi per mezzo della Tessera Annonaria. Ecco la
dieta garantita da quella mostruosità di regime, chiamata Socialismo
Reale, che è il castrismo: 3 chili di riso, 3 di zucchero, 100 grammi
di caffè, una saponetta e qualche verdura, mezzo litro d’olio, quando
arrivano le donazione o nei momenti in cui il governo si ricorda, e 1
litro di latte per i bambini fino a sette anni, una o due volte al
mese, mezzo chilo di carne di pollo o pesce d’importazione. Mai il
pesce saporito dei nostri mari: quello è esportato.
E per quanto
riguarda il tanto decantato stato sociale cubano?
«In materia sociale
tutto è pura propaganda. La sanità e l’istruzione gratuite diventano
una truffa come il resto. Ormai non si trova nemmeno l’aspirina. Gli
ospedali non hanno a volte il filo da sutura per operare. I migliori
specialisti sono mandati in altri paesi, che pagano in dollari e
petrolio il regime. Eppure le città restano senza energia elettrica
per ore. In Venezuela ci sono circa 20.000 medici cubani che sono
compensati con la bella cifra di più di 100.000 barili di petrolio al
giorno, di cui la metà non arriva a Cuba, ma è esportata dal regime.
In materia di
diritti umani, un vero disastro. A Cuba, tutta la popolazione fa le
spese delle violazioni dei diritti umani. Tutti sono controllati e, se
qualcuno esprime un’idea diversa da quella ufficiale, perde le
possibilità di sopravvivere.
La propaganda
interessata di alcuni ha diffuso in Italia la leggenda di “Cuba
bordello dell’America”. Prima della rivoluzione in tutta l’isola si
trovavano solo sei Casinò, ed unicamente a L’Avana. Una prostituta,
come del resto un ladro, a Cuba si vedeva come un marziano. Adesso la
prostituzione ed il furto sono diventati mezzi diffusissimi per
mangiare: un vero disastro morale. A proposito di morale, a Cuba si
vive la “Doppia Morale”: si è costretti a dire l’opposto di ciò che si
pensa».
Che peso ha, nel
determinare questa grave situazione, l’embargo americano?
«L’odio a volte
esagerato e a volte inspiegabile verso gli Stati Uniti d’America è
diventato una giustificazione per i crimini di Castro. Il pretesto
dell’assedio americano è una farsa che un giorno verrà a gala. La
miseria del popolo cubano è conseguenza del blocco imposto dal
castrismo ad ogni iniziativa privata e quindi al talento dei cubani.
Chi viaggia a Cuba, potrà provare quello di cui sto parlando: i
prodotti americani non mancano mai nei negozi per i turisti e gli
agricoltori americani sono diventati il partner più importante del
governo cubano per l’importazione di prodotti e macchine agricoli.
Sono cose su cui soffermarsi a riflettere diventerebbe sano e
produttivo».
Fidel Castro ha ormai quasi ottant’anni.
Dopo la sua scomparsa quali prospettive si apriranno, a suo giudizio,
per la dissidenza? Quali contrasti, invece, tra i fedelissimi del “Lider
maximo”?
«Oggi a Cuba tutto
ruota intorno a Fidel Castro, un uomo molto scaltro, fatalmente
carismatico, che non si fa scrupoli pur di mantenere il potere. Il
successore designato è il fratello minore di Castro: un uomo malato,
per niente carismatico e con molto meno ambizioni di potere del gran
dittatore. Ci sarà dunque un periodo, non molto lungo, di disordine e
violenze, ma si giungerà ad una resa dei conti, perché a Cuba esiste
un odio denso, che rimane nascosto, aspettando il momento per
esplodere.
Insieme
all’instabilità politica, si stima anche un progresso economico nel
giro di pochi anni: infatti i cubani che sono in esilio sono definiti
“grandi imprenditori, ma cattivi politici”». |